Vaygash

Parashat Va-Yiggash

 

La Parasha di questa settimana ci narra (1) come Giuseppe rivelo' la sua vera identita' ai suoi fratelli e si riuni' con loro. Nella Parasha della settimana precedente ci venne detto che quando i fratelli d iGiuseppe vennero per la prima volta in Egitto e si incontrarono con lui "(2) Giuseppe aveva riconosciuto i suoi fratelli, ma essi non lo riconobbero". Perche' i fratelli non riconobbero Giuseppe? Questo potrebbe venire spiegato semplicemente dal fatto che erano passati molti anni da quando l'avevano visto per l'ultima volta. L'avevano lasciato quando era ancora un giovane imberbe ed ora si trovavano di fronte ad un adulto, dalla barba fluente (3).

 

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Il chassidismo ci da' una diversa interpretazione del versetto " e Giuseppe aveva riconosciuto i suoi fratelli, ma essi non lo riconobbero". I figli di Giacobbe si erano tutti dedicati ad un'occupazione serena e tranquilla, la pastorizia. Nei campi, attendendo al loro gregge, non venivano quasi mai in contatto con la gente del paese e vivevano indisturbati servendo D-o, nello studio e nella preghiera. Essi avevano ritenuto necessario di scegliersi un lavoro che permettesse loro di vivere nel timor di D-o. Volevano evitare che la loro vita trascorresse in un ambiente ove il cammino prescelto sarebbe stato cosparso di tentazioni.

 

In questo, Giuseppe era superiore a loro. Egli era capace di occupare le piu' alte cariche dello stato nella piu' potente nazione di quei tempi e cio' nonostante di non scostarsi dalla retta via. I fratelli non erano in grado di riconoscere, ne' di ammettere che, divenuto vicere' d'Egitto, egli avesse potuto rimanere lo stesso Giuseppe temente Idd-o, che avevano conosciuto un tempo; infatti, essi non erano al livello spirituale necessario per una simile vita. Anzi, non solo i fratelli, ma persino il padre Giacobbe, quando apprese che (4) "Giuseppe era ancora vivo e dominava su tutta la terra d'Egitto", si cruccio' al pensiero che il figlio suo, divenuto il capo supremo del potente regno egiziano, potesse essersi assimilato agli egiziani, adottando i loro modi di vita. Sarebbe stato un ben misero conforto per Giacobbe, apprendere che il figlio, di cui piangeva da tanto tempo la scomparsa, era ancora vivo - se si fosse dovuto persuadere, D-o ci guardi, che egli aveva fatti propri i costumi degli egiziani. Solo quando i suoi figli gli dissero che Giuseppe aveva raggiunto un nuovo e piu' alto livello di rettitudine e di forza di carattere, Giacobbe provo' una vera gioia. Solo allora fu veramente convinto (5):"che Giuseppe, mio figlio, (cioe' mantenutosi fedele ai miei modi di vita) e' ancora vivo", vale a dire che, sebbene Giuseppe fosse vicere' d'Egitto, tuttavia egli era, nel suo comportamento, degno figlio di Giacobbe.

Questo saggio e' basato su Liqqute Sichot, vol. I, p.88

(1) Genesi 45:3

(2) Ibid. 42:8

(3) Rashi, ibid.

(4) Genesi 45:26

(5) Ibid. v. 28

 

VINO VECCHIO O FAVE SPEZZETTATE

 

Giuseppe aveva rivelato la propria identita' ai suoi fratelli. Egli ora li sollecitava a ritornare subito in

Canaan, perche' fosse portata la gioiosa notizia che "Giuseppe e' ancora vivo!" (1) al loro vecchio padre, Giacobbe; e perche' rivenissero al piu' presto, portanto - insieme con loro - Giacobbe, tutta l'intera famiglia e i domestici. La Torah poi riferisce, nella nostra Parasha, che Giuseppe invio' a Giacobbe, per mezzo dei fratelli cibarie e doni: " e per suo padre invio' queste cose: dieci asini carichi di quel che c'era di meglio in Egitto e dieci asine cariche di prodotti, di pane e di altri alimenti ecc."

(2) Da Rashi vengono citate due differenti interpretazioni in relazione alla natura di quei "scelti alimenti". Una spiegazione e' quella che Giuseppe avrebbe inviato al suo padre "vino stagionato, che tanto piace agli anziani"; mentre l'altra spiegazione asserisce che Giuseppe avrebbe mandato "fave spezzettate"

(3). Non esiste una sola sfumatura di dettaglio - nelle interpretazioni dei nostri Commentatori della Torah - che sia, D-o ci guardi, trita o triviale o priva di importanza. Anche qui, ambedue le spiegazioni citate da Rashi rivelano nuovi approfondimenti per la perfetta comprensione del sacro racconto.

Fave spezzettate: Giuseppe sapeva che il ritorno a Canaan dei fratelli con la notizia che "Giuseppe e' ancora vivo!" avrebbe causato al loro padre non soltanto gioia, ma anche una grande agitazione angosciosa, perche' Giacobbe avrebbe finito con lo scoprire che i suoi propri figli avevano venduto il loro fratello Giuseppe come schiavo. (4) Perfino nel caso che non avesse conosciuto il fatto, Giacobbe avrebbe di sicuro provato grande dolore per la sua lunga (inutilmente luttuosa) separazione dal figlio favorito.

Giuseppe tentava percio' di mitigare il malessere di suo padre, inviandogli uno dei prodotti piu' eccellenti dell'Egitto, le fave "spezzettate" simbolo dal quale Giacobbe avrebbe tratto il pensiero che esistono nel mondo tante cose che arrivano ad un superlativo livello di utilita' e di valore quando vengono spezzettate, divise, separate.

Giuseppe fece cosi' un'allusione a suo padre, perche' si rendesse conto che soltanto attraverso quella separazione da tutti i suoi cari, soltanto con l'essere stato venduto e fatto schiavo in Egitto (5), il figlio prediletto aveva potuto raggiungere la piena maturita' e la massima grandezza, cosi' che adesso era capace di sostenere ed aiutare la famiglia salvando tutti dalla carestia (6).

Vino stagionato: Qualche tempo prima che egli si rivelasse ai suoi fratelli, Giuseppe li aveva invitati al banchetto nel suo palazzo: in quella occasione - ci riferisce la Torah - " essi bevvero (vino) insieme con lui."

Rashi commenta: "dal giorno in cui avevano venduto il loro fratello, non avevano piu' bevuto vino e Giuseppe, a sua volta, non aveva piu' bevuto vino (dal tempo della sua separazione dalla sua famigli); ma in quel giorno, tutti loro bevvero."

Giuseppe aveva capito e si era reso conto che se i suoi fratelli e lui medesimo si erano astenuti dal bere vino in segno di tristezza (7), certamente anche Giacobbe, costantemente infelice a causa della mancanza del figlio prediletto, si sarebbe privato del piacere del vino durante tutti quei ventidue anni. Conseguentemente, si puo' bene immaginare il piacere di Giacobbe di vedersi offrire da bere del vino da Giuseppe in persona!

Inoltre, con il mandare vino vecchio, Giuseppe seppe sottilmente alludere a cio' che egli desiderava Giacobbe sapesse, cioe' che durante tutti gli anni vissuti in Egitto, mai gli era mancata la fede in D-o, che avrebbe riunito un giorno lui e suo padre. Benche' non avesse bevuto vino, egli pero' lo aveva messo da parte, per un tempo cosi' lungo da farlo invecchiare, da farlo diventare "vino stagionato"; affinche' potesse essere pronto e lo si potesse utilizzare quando il gioioso ritrovarsi insieme dei famigliari avrebbe avuto luogo.

"Mitzrayim", la parola ebraica che si suole usare per dire "Egitto" significa anche "angustia" e "privazioni"; in senso lato Mitzrayim puo' riferirsi ad ogni tipo di esperienza di emarginazione, di reclusione. Perfino quando le limitazioni e gli ostacoli impostici dall'ambiente fisico a noi circostante e dalle preoccupazioni materiali ci impediscono di servire l'Onnipotente, non dobbiamo disperare, non dobbiamo - cosi' come Giuseppe - tenere viva la nostra speranza, malgrado "l'Egitto".

Dobbiamo, lungi dal demoralizzarci, farci sempre piu' forti e conservare l'assoluta confidenza nel Volere Divino di condurci al successo in tutte le questioni materiali, per l'eliminazione di tutti gli ostacoli e disturbi che, dal piano fisico, vorrebbero distoglierci dallo studio della Torah e dall'adempimento delle Mitzvot.

Note:

(1) Genesi 45, 26

(2) Ibid. 45, 23

(3) Rashi ibid.

(4) Rashi su Genesi 49, 6 e 50, 16; Or hachayim su Genesi 45, 26

(5) Ramban ibid. 27

(6) Genesi 45, 5

(7) Rashi su Genesi 43, 34

 

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L'EDUCAZIONE

 

Quando Giacobbe apprese che Giuseppe, il figlio che da tempo riteneva perduto, era ancora vivo ed occupava un'alta carica in Egitto, si preparo' ad andare cola' con sua famiglia. Pero', prima di intraprendere il viaggio, mando' avanti suo figlio Yehuda affinche' aprisse una scuola, una Yeshiva

(1). Giacobbe sapeva che nell'entrare in un nuovo paese, per evitare che le nuove generazioni fossero esposte ad una cultura ostile in un nuovo ambiente, la prima cosa essenziale e necessaria era di disporre le cose in modo che i suoi figli ed i suoi nipoti ricevessero l'educazione adatta. SOLTANTO A MEZZO DELL'EDUCAZIONE: il fatto che Giacobbe desse tanta importanza all'educazione secondo la Torah, racchiude un importante messaggio per noi, nell'epoca attuale.

 

Non si da' mai abbastanza rilievo all'importanza vitale da attribuire all'educazione del bambino; e' un comandamento Divino, ripetuto due volte nella preghiera dello Shema che recitiamo ogni giorno, mattina e sera: "E le ripeterai ai tuoi figli e ne parlerai con loro." Inoltre, e' soprattutto la scuola che oggi deve assolvere al compito di educare il bambino. Nelle generazioni passate, la scuola non era che un fattore che contribuiva all'educazione ed alla formazione del carattere del bambino Ebreo.

 

Purtroppo, nel nostro tempo, l'ambiente, lungi dall'essere un fattore positivo, e' spesso negativo. In quanto ai genitori, essi sono il piu' delle volte troppo occupati per provvedere coscienziosamente all'educazione dei figli e guidarli sulla giusta via. Questa responsabilita' essi l'hanno lasciata completamente alla scuola.

 

D'altra parte, questo fattore ha invece un aspetto positivo. C'e'una crescente consapevolezza del bisogno di avvicinare alla Torah la nuova generazione e, se ci fossero possibilita' adeguate, un numero molto maggiore di bambini e adolescenti potrebbe avere accesso ad una educazione ebraica nel vero spirito della Torah. E' questa un'occasione speciale, una sfida che dovremmo raccogliere.

Note:

(1) Rashi su Genesi 46, 28

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TORAH - "AFFARE IMPORTANTE"!

 

Nel Talmud (Trattato Berachot, 8a) troviamo:

 

"Ogni individuo che si occupa dello studio della Torah e di beneficenza e che fa le preghiere con la Comunita' e' considerato da me (dice il Signore Onnipotente) come chi avesse operata la Redenzione per Me e per i miei Figli, il Riscatto da tutte le Nazioni del mondo."

 

Perche' viene accordato un cosi' esplicito ricoscimento di merito e di virtu' a qualcuno che "si occupa con la Torah "? Non e' forse lo studio dell'Insegnamento Divino (la Torah) un semplice dovere per ogni Ebreo? Non e' cio' che ognuno di noi accetto' e si impegno' a fare, al Sinai?

 

Invero, la chiave per questo enigma sta nell'espressione "si occupa". Lo studio della Torah, certamente, e' il dovere di ogni persona, ma il merito speciale e' riservato a chi e' occupato, ossia si da' da fare e si preoccupa, nell'imparare la Torah, nel fare il bene, nel pregare con lo stesso impegno che un grande affarista metterebbe nelle proprie attivita'.

 

Il lavoratore dipendente tiene sempre d'occhio l'orologio: non appena sono scaduti i suoi orari di contratto, egli ha il diritto di interrompere quello che sta facendo e se ne va a casa, lasciando dietro di se' gli affari e le seccature del posto che occupa. Non cosi' agisce il businessman! Perfino quando egli e' seduto a tavola per cenare, per quanto sembri uno che mangia e beve come chiunque altro, se si osserva con attenzione l'espressione del suo viso e l'aria assorta dei suoi occhi, ci viene rivelato che i suoi impegni di affari occupano piu' che mai la sua mente e che, pur se la sua azienda va molto bene, c'e' sempre la possibilita' di qualche perdita che lo impoverisca! Perfino quando egli va a dormire, i pensieri che prevalentemente hanno impegnato durante il giorno la sua mente ritornano e trovano una espressione nei suoi sogni notturni, che, pure loro, non vertono che sui suoi affari (Si potrebbe quindi cercare di tradurre il testo talmudico sopra citato con le parole) " chiunque sia tutto indaffarato nello studio della Torah, nelle opere di bene ecc "

 

La lezione giornaliera, la riunione di studio della Torah, possono essere terminate, ma l'Insegnamento Divino e' il suo "business", egli non puo' lasciarselo interamente dietro le spalle Egli puo' sembrare uno che mangia e beve, come chiunque altro, ma la sua mente e' assorta nel passaggio della Torah ultimamente studiato egli puo' gia' aver dato pieno adempimento al suo dovere di offrire in Tzedaka (giusta opera benefica) la decima parte, almeno, del suo guadagno, pero' la carita' e' affar suo! Continuamente, sta attento se non ci sia qualcuno che ha bisogno di un favore o che abbia bisogno di aiuto finanziario, che lui sia nella possibilita' di elargire! Con queste idee nella testa, egli va a dormire e anche i suoi sogni sono una ripetizione della sua disponibilita' per il prossimo. Quando una persona diventa un businessman della Torah, allora l'Onnipotente lo considera meritevole allo stesso livello di colui che avesse liberato dall'esilio la Shechinah (la Presenza Divina)!!!

 

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Estratto da una lettera:

"Saluti e benedizioni:

Lei mi scrive che non sa trovare una risposta a quesiti come questi: Qual e' lo scopo della Vita?

 

Cosa significa essere ebreo? E cosi' via. Aggiunge che dubbi e perplessita' L'assillano e La turbano.

 

Mi dice pure che ha frequentato l'universita' dedicandosi a studi scientifici; percio' sapra' probabilmente come debba essere affrontato un problema difficile. Se vogliamo fare delle indagini riguardo a un determinato sistema, occupandoci delle sue leggi e principi basilari, cominciamo con l'analizzarne le parti che piu' facilmente si prestano allo studio e all'esame. Quando abbiamo, passo a passo, analizzato una gran parte del sistema, possiamo allora supporre che, se abbiamo trovato che questa e' conforme a determinate leggi, anche la parte rimanente sara' governata dalle stesse leggi. Anche se seguiamo soltanto il nostro comune buon senso, dovremmo supporre che se una determinata legge vale per la gran maggioranza dei casi, deve essere valida anche per quei pochi, in cui non puo' essere comprovata con assoluta certezza.

 

Applicando questo punto di vista all'insieme dell'universo, rimaniamo sempre piu' convinti, col passare degli anni, che c'e' una legge ed un ordine che governa la natura, compresa la materia inerte, fino all'atomo piu' minuto ed alle particelle microscopiche. La scienza nucleare ha scoperto un'armonia ed un ordine sorprendente nei circa cento elementi conosciuti fino ad oggi. In un universo cosi' ordinato e armonioso, anche l'uomo, ovviamente, deve essere soggetto all'ordine ed alle finalita' della natura.

 

Cio' significa che la Torah e' un dono prezioso che ci fu dato da D-o. Esso da', non solo, un indirizzo alla nostra vita, ma e' pure, in tutti i tempi, la chiave della nostra esistenza, poiche' e' eterna come Colui che ce la diede. Non e' un libro di teoria, di filosofia o di dissertazioni, ma una guida pratica per ogni giorno della nostra vita, valida in tutti i tempi ed in ogni dove, anche nell'Europa del XX secolo. Nella Torah - che e' la Legge scritta ed orale - lo scopo dell'uomo sulla terra e' stato chiaramente definito. Il nocciolo della questione sta in questo: Vivere secondo la Torah, adempiendo ai precetti positivi (Mitzvot Asse') ed astenendosi dal fare cio' che essa proibisce (Mitzvot lo Ta'asse').

 

La Torah prevede pure la debolezza della natura umana, le tentazione e le prove che essa deve affrontare nella vita. E' difficile, quasi impossibile, che l'uomo riesca sempre a vincerle, e la Torah lo ammonisce che non e' il caso di scoraggiarsi se cio' dovesse accadere. C'e' sempre la Teshuva - il ritorno a D-o ed alla retta via - e, dal fatto stesso di essere venuti meno ai Precetti Divini puo' nascere lo stimolo di elevare se stessi e diventare sempre migliori. Si puo' chiedere: se tutto cio' e' cosi' semplice e logico, come si puo' dunque spiegare il fatto che siano cosi' pochi quelli che si attengono alla Torah e alle Mitzvot, mentre quelli che non le osservano sono tanti?

 

La risposta a questa domanda e' pure abbastanza semplice: "Io lo vedo dalla mia propria carne". Quando riflettiamo sulla nostra condotta ed azioni, specialmente per quanto riguarda la nostra vita di ogni giorno (non i periodi di elevazione spirituale, come nei giorni festivi, ecc.), non e' difficile constatare che il piu' delle volte sono i nostri desideri e le nostre inclinazioni che ci spingono ad agire, non il nostro intelletto. Cio' avviene specialmente quando il conflitto non sorge dalla minaccia d'immediate rappresaglie. Quando il castigo appare lontano, allora il nostro intelletto ha una debola influenza sulle nostre azioni, e il desiderio e l'emozione sono fattori che piu' fortemente influiscono sulla nostra condotta, e cio' vale ancor di piu' quando le punizioni sono soltanto di natura "astratta". Infatti, il timore di punizioni fisiche (prigione, multe, ecc.) e' piu' efficace che gli ammonimenti fatti in nome della moralita', della giustizia, dell'umanita', ecc.

 

E qui interviene pure un altro fattore insito nella natura umana. Quando l'uomo soccombe alla tentazione e commette una "colpa", puo' avere una di queste due reazioni: se e' onesto e coraggioso, riconoscera' che il suo atto costituisce una mancanza - cio' che corrisponde al vero - e che e' venuto meno ai suoi veri intendimenti ed alla sua coscienza. Se vedra' nella sua mancanza un segno di debolezza, cerchera' di vincerla e di fare meglio un'altra volta, poiche' "D-o ha misericordia, perdona colui che ammette i suoi errori e decide di fare ammenda." Seguendo il filo di tale ragionamento, arriviamo inevitabilmente alla conclusione che, essendo tali la legge e l'ordine dell'universo, ci deve essere un'Autorita' Superiore a cui attribuirli.

 

E' ben nota l'anologia che qui riportiamo:

Quando prendiamo in mano un libro stampato di centinaia di pagine - un romanzo, per esempio, o un trattato di filosofia - non possiamo, nemmeno con la piu' fervida immaginazione, supporre che il libro e' stato prodotto dall'inchiostro rovesciato accidentalmente da una bottiglia. Ed ancor meno e' ammissibile che il nostro universo, con il suo infinito numero di atomi, molecole e particelle, tutti disposti nell'ordine e nell'armonia piu' perfetti, possa essere sorto per caso. Ovviamente c'e' un Creatore ed Archietetto che regola e coordina le varie parti dell'universo in perfetta unita' ed armonia e che vigila affinche' tutto si s


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