Boh

PARASHAT BO
LE TENEBRE CHE PRECEDONO L'ALBA

In queste Parashot, nelle quali si parla tanto della nostra permanenza in Egitto, la Torah ci narra come l'oppressione e le sofferenze degli Israeliti giungessero al culmine. Ed i patimenti che gli ebrei dovevano sopportare divennero cosi' terribili, che Mose' non pote' fare a meno di rivolgersi al Signore con le parole (1): "Perche' hai fatto del male a questo popolo?...ne' Tu recasti alcuna salvezza". Perfino Mose', la cui devozione e fede in D-o erano assolute, non poteva concepire che il Signore potesse far giungere a tale estremo le tribolazioni e le tenebre dell'Esilio. Tuttavia, ben presto dovevano prodursi degli avvenimenti miracolosi, che avrebbero mutato radicalmente il corso degli eventi. Nel loro esilio egiziano, gli ebrei avevano toccato il fondo della piu' nera disperazione; ma subito dopo, per opera del Signore, il processo della redenzione aveva avuto inizio. Proprio quando sembrava svanita ogni possibilita' di salvezza, il primo barlume di speranza venne a rischiarare il destino degli ebrei.

 

Tutti sanno che le ore piu' buie della notte sono quelle che precedono l'alba. I nostri Maestri trovano molte analogie fra l'esilio e la notte. Cosi', quando la notte dell'esilio egiziano sembrava piu' nera, quando le sofferenze degli ebrei avevano raggiunto un punto tale da strappare perfino a Mose' il lamento: "perche' hai fatto del male, ecc.", fu allora che incomincio' ad apparire la luce che annunciava la loro liberazione.

 

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Il Talmud dice (2) che, mentre le altre nazioni della terra calcolano il loro ciclo annuale secondo il moto del sole, il popolo ebraico basa il suo calendario sulla rotazione della luna. Ed il popolo ebraico viene paragonato alla luna, la cui luce declina e poi sembra scomparire del tutto. Ma proprio a questo punto nasce la luna nuova, che ricomincia a crescere. La storia ebraica attraverso i tempi riflette questo "ciclo lunare". Anche sotto il giogo egiziano, quando l'oppressione era divenuta insostenibile, quando piu' nera sembrava la lunga notte dell'esilio, fu allora che rinacque la speranza ed ebbe inizio la redenzione. E cosi' avviene pure in ogni altro esilio del popolo ebraico.

 

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Da tutto quanto precede, possiamo trarre motivo di grande consolazione ed incoraggiamento. Nella nostra vita, ci sono periodi in cui sembra che la "ruota della fortuna" ci abbia recato il colmo delle sventure. La nostra situazione ci appare disperata. E tuttavia, non dovremmo perdere la fede e scoraggiarci, ma ricordare che nell'ora piu' nera del Galut (l'Esilio - quello del nostro popolo, come pure, in senso piu' lato, quello di ogni individuo) e' proprio quella che precede la Gheulah (la redenzione).

 

NOTE

Questo saggio e' stato tratto da un discorso inedito del Lubavitcher Rebbe shlita. Uno degli ascoltatori ne ha tratto i concetti qui riportati.

(1) Esodo 5, 22-23; vedi anche Liqqutei Sichot, vol. I, pag. 120

(2) Sukkah 29a

 

L'IDOLATRIA: NELL'ANTICO EGITTO ED OGGI

 

La Parasha di questa settimana ci racconta come gli ebrei ricevettero l'ordine di sacrificare un agnello prima della loro uscita dall'Egitto.

 

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Sul modo in cui si sono sviluppate la cultura e la civilta' degli egiziani, le forze della natura ed i fenomeni naturali ebbero un'influenza determinante, e specialmente il fiume Nilo. In Egitto non piove quasi mai, ma l'ingegno umano aveva creato un elaborato sistema di irrigazione che aveva fatto di questo paese un fiorente giardino, circondato da deserti. Da queste circostanze nacque una cultura perversa d'idolatria, che era caratterizzata da due principali elementi: la deificazione delle forze della natura e quella della capacita' umana di utilizzarle. Le manifestazioni del culto e della superstizione raggiungevano in Egitto il loro apice al momento del risveglio annuale delle forze della natura, nel mese in cui ha inizio la primavera. Questo mese stava sotto il segno zodiacale dell'Ariete, e l'Ariete era uno dei principali simboli sacri del culto egiziano.

 

Dopo 210 anni di asservimento al Faraone, gli ebrei ebbero da Mose' l'annuncio che D-o li avrebbe liberati - ad una condizione: "Ritiratevi e prendetevi un agnello, ed offritelo in sacrificio pasquale".

 

Molti ebrei si erano assimilati ed avevano assorbito senza riserve la cultura e le credenze egiziane. Il precetto "Ritiratevi" significava che si dovevano ritirare dall'idolatria del paese e negarla radicalmente, sacrificando a D-o il sacro agnello egiziano. Non basta negare l'idolatria egiziana nel fondo del proprio cuore, non basta nemmeno farlo celatamente, standosene tranquilli nell'intimita' della propria casa. Bisogna farlo apertamente, senza paura, proprio come avvenne in occasione del sacrificio pasquale in Egitto. Mose' assicuro' il popolo, nel nome di D-o, che solo in tal caso sarebbe venuta la liberazione; e precisamente, non quando le forze della natura sono assopite e nascoste, bensi' proprio nel mese della Primavera, quando la natura sprigiona le sue energie piu' vitali.

 

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Come nell'antico Egitto, molti si inchinano oggi alla supremazia dell'uomo ed alle sue sorprendenti conquiste. Non c'e' posto, nella vita di costoro, per D-o in questa era della scienza. La Pasqua ci porta l'antico ammonimento che dobbiamo "ritirarci" e respingere l'idolatria del paese in cui viviamo - comunque si manifesti. Dobbiamo riconoscere che D-o domina l'universo, anche attraverso la "cortina di fumo" che la scienza, con le sue meravigliose scoperte stende fra Lui e noi.

 

NOTE

Questo saggio e' basato su una lettera pastorale di Rabbi Menachem Mendel Schneerson, il Lubavitcher Rebbe shlita, per la Pasqua del 5725 (1965).

 

TALE PADRE, TALE FIGLIO

 

La Parasha di questa settimana parla della Yetziat Mitzrayim, l'esodo dall'Egitto, che ogni generazione deve ricordare. Infatti, ciascun ebreo deve sentirsi come se avesse partecipato personalmente all'Esodo - considerando ogni giorno della sua vita come quello della sua propria liberazione dall'Egitto (1). Ogni giorno, l'ebreo deve portare a termine e cercare di vivere spiritualmente una Yetziat Mitzrayim.

 

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Yetziat Mitzrayim e' la liberazione dalla schiavitu' e la conquista della liberta'. La liberazione dalla schiavitu' significa due cose: cio' che si intende in genere come affrancamento dalla schiavitu' fisica; c'e' poi l'affrancamento dal giogo spirituale, quando la Neshama si libera dalle limitazioni e dalle costrizioni che la tengono prigioniera, fino a che il vero, recondito Io, l'essenza stessa dell'anima ebraica e' libera di riaffermarsi.

 

Qual'e' la "vera essenza" dell'ebreo? E': "Voi siete i figli del Signore, vostro D-o" (2). Il concetto secondo il quale siamo "Figli del Signore" significa che proprio come D-o e' Padrone e Signore del mondo e di tutto cio' che contiene (cioe' dell'"ambiente"), cosi' l'ebreo deve (in tutte le cose che riguardano la sua vita di ebreo) essere "padrone e signore" di fronte alle tentazioni che provengono dal suo ambiente materiale. La sua Ebraicita' non deve essere intaccata o influenzata dall'ambiente. Al contrario: essa deve essere la forza dominante che regola ogni aspetto della sua vita quotidiana. Inoltre, non e' solo in speciali occasioni, come le feste religiose o i momenti di preghiera, che deve manifestarsi questo potere, ma in ogni giorno della sua vita, in forma concreta e positiva.

 

Potremmo chiederci: come ci si puo' aspettare che ogni ebreo domini l'ambiente? Come puo' farlo un semplice mortale?

 

La risposta e' questa: dato che ogni ebreo e' "figlio" di D-o, l'Onnipotente gli ha dato certi poteri Divini e capacita' al di fuori di quelle naturali. Questo dono dei poteri Divini e' analogo (lehavdil) (x) alla trasmissione genetica ed all'ereditarieta' del talento e degli altri caratteri che i figli ricevono dai genitori mortali (3).

 

Infatti, il rapporto dell'ebreo con il Padre Celeste e' ancora piu' profondo di quello tra il figlio e i genitori. L'Alter Rebbe cosi' spiega questo concetto: (4) Mentre nel rapporto tra i figli e i genitori, i figli, per quanto siano entita' separate, sono in intima e stretta relazione con i genitori, nel caso del rapporto fra l'ebreo e D-o, invece, l'ebreo non e' mai separato da D-o, non e' mai un'entita' a parte, dato che l'ebreo e' veramente ebreo in quanto si attiene alla volonta' Divina e la compie come un servo e come un figlio (5).

 

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Se riusciremo a sviluppare e ad utilizzare al massimo grado a favore del Giudaismo i talenti che il nostro Padre Celeste ci ha dato, l'Ebraicita' assumera' un ruolo preponderante nella nostra vita e dominera' tutti gli aspetti della nostra esistenza giornaliera.

 

NOTE

Questo saggio e' basato su una lettera pastorale del Lubavitcher Rebbe shlita, dell' 11 di Nissan 5728.

(1) Hagaddah; Tanya, Cap. 47.

(2) Deuteronomio 14, 1

(3) Vedi Eduyot, cap. 2, Mishna 9

(4) Liqqutei Torah, Devarim, 62d (non e' una citazione letterale)

(5) Zohar III, pag. 111b

(x) Lehavdil: letteralmente significa "dividere", cioe' fare una separazione fra il rapporto "paterno" che l'ebreo ha con D-o e quello che intercorre tra gli esseri mortali, il legame tra genitori e figli.


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