Vaikra

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IL QUINTO FIGLIO

Quale sia il tema centrale che domina la festa di Pessah, ce lo dice la Bibbia con le parole: «E allorché un giorno tuo figlio ti chiederà». Ed infatti l'intera Haggadà di Pasqua (il libro che si legge durante la cerimonia del Seder e che rac-conta la storia dell'Esodo dall'Egitto) è basata sul precetto della Torà: «Lo dirai a tuo figlio». Anzi, la stessa parola Hag-gadà deriva dal verbo che significa dire oppure raccontare.
Durante la cerimonia del Seder leggiamo nella Haggadà che .... la Torà parla di quattro figli, uno saggio, uno cattivo, uno sempliciotto, ed uno che non sa nemmeno domandare». La Haggadà poi d narra quali domande sono poste da ognuno di questi «figli», e quali risposte si debba dare a ciascuno.
il Figlio saggio vuole conoscere le speciali Mitzvòt della Pasqua, e noi dobbiamo esporgli, in ogni singolo dettaglio, tutte le leggi e gli usi inerenti a questa festa. Il Figlio Cattivo chiede: «che significa per voi questa cerimonia?>> Nel dire « voi» egli si esclude dalla comunità ebraica, e siamo tenuti a rispon-dergli in tono risentito. il Figlio Sempliciotto chiede: "Mà perchè tutto questo?» Nel rispondere a lui, dovremo raccon-targli dell'Esodo dall'Egitto. Col figlio che non sa domandare, dovremmo cominciare noi la conversazione, poiché la Torà dice:
«Tu poi spiegherai a tuo figlio in quel giorno: Noi pratichiamo questo culto in onore del Signore per tutto quello che Egli operò in nostro favore alla nostra uscita dall'Egitto .

 

Benchè i Quattro Figli differiscano l'uno dall'altro nelle loro reazioni di fronte alla cerimonia del Seder, essi hanno tut-ti una cosa in comune: sono tutti presenti al Seder. Perfino il <<Malvagio » è là, e dimostra un interesse vivo, anche se da contestatario » per lo squarcio di vita ebraica che si sta svol-gendo intorno a lui. Questo ci fa almeno sperare che un giorno anche il "Malvagio" possa diventare saggio, e che tutti i bam-bini ebrei presenti al Seder possano divenire, da adulti, degli ebrei scrupolosamente osservanti.
Purtroppo, in questi tempi di confusione e di decadenza spirituale, c'è ancora un'altra specie di bambino ebreo: un "quinto figlio" che brilla per la sua assenza dal Seder; che non ha alcun interesse per la Tori e le Mitzvot, per le leggi e le tra-dizioni, che non sa niente del Seder shel Pessak, dell'Esodo dall'Egitto e della susseguente Rivelazione sul Monte Sinai.

 

Questi casi ci pongono di fronte ad un grave problema, del quale dovremmo occuparci senza aspettare la Pasqua e la notte del Seder, poichè non dobbiamo trascurare nessun figlio del no-stro popolo. Al giorno d'oggi, uno dei nostri compiti più impor-tanti è quello di fare tutto il possibile per indurre i giovani (ed anche coloro che, sebbene già in età matura, non sono tutta-via abbastanza maturi per comprendere il significato profondo delle nostre tradizioni) ad apprezzare pienamente i valori del Giudaismo della Tori, nella loro interezza e genuinità - e non una "Confessione israelita», nella quale sia stata introdotta, sotto le più svariate "etichette » o « marche di fabbrica», ogni sorta di deformazioni, compromessi, annacquamenti. E chi sa-prà apprezzare questi valori, si renderà anche conto che solo il vero Giudaismo può assicurare all'ebreo la sopravvivenza in o-gni tempo, ogni luogo ed ogni circostanza.

 

Che ci sia oggi il "Quinto Figlio", è la conseguenza di er-rori psicologici e di orientamenti sbagliati di alcuni fra gli ebrei, immigrati in un paese nuovo, in mezzo a gente estranea. Trovandosi ad essere una piccola minoranza, che doveva far fronte a notevoli difficoltà sociali ed economiche, essi seguiro-no, e trasmisero pure ai loro figli, l'errata concezione che il solo modo di superare queste difficoltà fosse quello di disfarsi del retaggio dei loro antenati, ed abbandonare le tradizioni ebrai-che per assimilarsi rapidamente al nuovo ambiente. E per evitare ai loro figli la sofferenza provocata dai conflitti in-essi decisero di non dar loro alcuna educazione ebraica.

 

Per giustificare la diserzione dalla loro religione e placare la loro coscienza inquieta, essi dovettero escogitare ogni sorta di ragioni plausibili per il loro modo di agire. E così si persuasero, e persuasero i loro figli, che le tradizioni ebrai-che - con l'osservanza della Torà e delle Mitzvot che esse com-portano - erano incompatibili col nuovo ambiente. Cercarono, e perciò "trovarono", "cose sbagliate » nella vita ebraica auten-tica; mentre nell'ambiente non ebraico in cui vivevano, ogni cosa sembrava loro attraente e buona.
Con questo atteggiamento i genitori speravano di assicurare ai loro figli una possibilità di vita e di sopravvivenza nel nuovo ambiente. Ma che genere di vita è quella, che baratta tutto ciò che è sacro e spirituale con il soddisfacimento delle necessità materiali? Che specie di sopravvivenza è quella, che richie-de il sacrificio dell'anima per il benessere del corpo?

 

La tragica conseguenza di questa visione completamente fal-sa delle cose, fu che migliaia e migliaia di ebrei perdettero ogni contatto con la loro sorgente di vita, con la loro vera fede> coi loro correligionari. Privati della vita spirituale, essi hanno allevato una generazione nella quale non troviamo più le carat-teristiche dei "Quattro Figli» della Haggadà: nemmeno quelle del "Malvagio". Essi sono quasi completamente perduti per i loro correligionari e per il vero Giudaismo.

 

L'Esodo dall'Egitto e la Festa di Pessah non possono non ricordarci che i tentativi di fondersi con l'ambiente non porta-no alla sopravvivenza, alla redenzione ed alla libertà. Questa si ottengono solo se è ben salda in noi la volontà di essere fedeli alle tradizioni, e se la nostra vita è ispirata ai precetti della Torà. I nostri antenati, in Egitto, erano una piccola minoranza, e vivevano nelle condizioni più disperate. E tuttavia manten-nero la loro identità e conservarono dignitosamente le loro usanze e le loro tradizioni, orgogliosi di essere un popolo "uni-co". Soltanto in questo modo poterono continuare ad esistere, e raggiunsero la liberazione da ogni schiavitù, fisica e spirituale.


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