Emor

La parasha di questa settimana, parashat Emor tratta le probblematiche dell'anno sabbatico, "quando sarete entrati nella terra di Israele la terra dovrà riposare un sabato in onore del Signore; la terra non dovrà essere nè arata, né seminata, ne' coltivata. Infatti, come il settimo giorno dovrebbe essere reso più santo dei sei giorni che lo precedono, il settimo anno dovrà essere più santo dei precedenti. Dovremo dedicarci con minore impegno alle cose "terrene" e all'agricoltura. Il maggior tempo libero che resterà così a nostra disposizione, dovrà invece essere assorbito dalla preghiera e dallo studio. Anche se i "soliti" anni sono pervasi di santità, nel settimo anno ci si dovrebbe impegnare ancora più a fondo nelle cose dello spirito.

 

La Mitzva della Shemità può essere osservata solo in Terra Santa, ove la terra è più santa che negli altri paesi. Ma il significato, l'intima essenza della Shemita si manifesta ovunque. L'ebreo deve sapere che ovunque egli viva, la santità è in lui, e che arriva il momento in cui deve lasciare un po' da parte le "cose terrene" per dedicarsi alle cose spirituali.

 

Ci sono quelli che negano che la Tora trascenda l'intel letto, che sia al di là dell'umana comprensione. Essi cercano di spiegare tutto quanto riguarda la Torà sulla base dell'umano raziocinio. Credono che il precetto della Shemità sia fondato su basi prettamente agricole. Dato che quando l'attività agricola è continuata, il suolo viene privato dalle essenziali sostanze minerali e nutritive, essi dicono che la Torà ci ha ordinato di lasciar riposare la terra periodicamente, affinché essa possa riacquistare la sua fertilità. Dopo aver attribuito alla Shemità dei motivi di carattere agricolo, essi concludono che, ai nostri giorni, non c e più alcun bisogno d'istituire la Shemità.

 

L'agricoltura moderna può senz'altro reintegrare con efficaci fertilizzanti le sostanze nutritive perdute dal suolo.

 

L'Onnipotente ha previsto, tuttavia, la possibilità di questa interpretazione. Egli ha promesso nella Torà: "Se penserete: Che cosa mangeremo in questo settimo anno? Ecco non abbiamo seminato, nè abbiamo raccolto i nostri prodotti'. Per voi io ho ordinato la mia benedizione nell'anno sesto e produrrà il prodotto di tre anni. L'agricoltore ebreo in Terra Santa non può coltivare nel settimo anno, e deve solo fare affidamento su quanto è stato prodotto e raccolto prima che abbia inizio l'anno della Shemità. Perché il Signore dava la Sua benedizione affinché il campo dell'agricoltore osservante producesse nel sesto anno un raccolto che bastasse per tre anni" parte del sesto, dopo l'ultima mietitura, tutto il settimo (l'anno della Shemità) e parte dell'ottavo (fino a maturazione delle nuove messi).

 

Se la Shemità fosse realmente un provvedimento basato su motivi agricoli, allora il più abbondante raccolto dovrebbe verificarsi subito dopo il periodo di stasi, quando la terra è più feconda e ricca di minerali; E invece la terra riceve le benedizioni del Signore il sesto anno, proprio alla fine del ciclo di coltivazione, quando (logicamente) il suolo è più esausto!

 

Il significato della Shemiià è ugualmente importante per noi, nella Diaspora, e la ricompensa che ci viene promessa con le parole: "Io darò le mie benedizioni" vale anche qui. L'ebreo può fare il seguente ragionamento: "Io devo pregare, studiare la Torà, fare la Tzedaqà (carità), dare il mio contributo per le Yeshivòt, ecc. ecc.; come posso competere con gli altri che non pregano, non studiano la Totà, e non fanno la Tzedaka? Nella Shemità sta la risposta. Chi osserva i precetti Divini, è colmato di benedizioni ed avrà un successo tre volte maggiore perfino nel 'sesto anno', proprio quando le circostanze sono più avverse

 

La fiducia nella Divina Provvidenza, l'assoluta fede in D-o, trovano la loro vera espressione nell'istituzione dell'Anno Sabbatico, la Shemità, di cui abbiamo ampiamente parlato negli ultimi due Pensieri.

 

Pure il Me/ave Malqà, il pasto festoso che si consuma il Sabato sera, dopo finito lo Shabbàt, per salutare la "Regina Sabato", racchiude il significato della Sbemità

 

E' Sabato sera. E' passato il giorno di Shabbàt, ventiquattr'ore senza guadagni, un intero giorno in cui quelli che non osservano lo Shahbàt hanno tenuto i negozi aperti, hanno fatto affari, e, secondo qualsiasi "legge di natura", hanno guadagnato ancor più denaro. "Come posso io, che ho perduto un intero giorno, competere con loro e riuscire a guadagnarmi da vivere?"

 

Quasi in risposta alla sua tacita domanda, l'ebreo canta nei Melave Ma/qà: "Al tirà, non temere, Giacobbe, servo Mio". Dice l'Onnipotente: "Se sei il Mio servo, allora non hai nulla da temere. to provvederò a tutti i tuoi bisogni". Secondo la legge della Torà; il padrone deve provvedere al mantenimento del servo e della sua famiglia! Il servo deve solo assolvere i compiti che gli sono stati affidati e la sua Parnassà (sussistenza) gli viene garantita dal padrone. E così avviene con il popolo ebraico. Quando gli ebrei sono "il Mio servo Giacobbe" ed eseguiscono il volere Divino, allora Egli (l'Onnipotente) provvede a tutti i loro bisogni, materiali e spirituali.

 

Il Midràsh racconta che quando Adamo, il primo uomo, vide per la prima volta cadere le tenebre, ebbe l'ispirazione Divina di sfregare due pietre una contro l'altra, producendo il fuoco che illuminò quanto stava intorno a lui; E fu allora che Adamo si rese conto come l'uomo abbia il potere d'illuminare quanto lo circonda, perfino quando il resto del mondo è immerso nelle tenebre. E lo stesso accade quando, alla fine dello Shabbàt, la preghiera dell'Avdatà viene recitata con la benedizione "che fa scaturire la luce dal fuoco" a mezzo della fiamma. L'ebreo, consapevole del suo potere d'illuminare tutto ciò che lo circonda, anche se fuori fa buio, si sente sereno e sicuro, e celebra il Melave Malqà con gioia. E' vero, un giorno è passato senza che lui abbia avuto alcun guadagno, ma questa preoccupazione si dilegua quando canta: "Non temere, Giacobbe, Mio servo". Egli ha fiducia (e poi lo vede veramente nel corso della settimana) che D-o lo provvederà della Parnassà dandogli non solo il successo finanziario, ma, ciò che più importa, assicurando il buon impiego del suo denaro, che non volerà via in parcelle mediche e medicine, ma verrà speso per scopi buoni e lieti.


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